Concordato preventivo biennale 2026-2027: la convenienza non si legge nella proposta

Ogni anno, in questo periodo, la stessa domanda arriva sul mio tavolo in due versioni opposte. C'è l'imprenditore che chiede "conviene aderire?" sperando in un sì secco. E c'è quello che ha già deciso di no, perché "l'anno scorso ci ho rimesso".

Entrambi stanno guardando il posto sbagliato.

La proposta dell'Agenzia delle Entrate è un dato di partenza, non una risposta. La risposta sta nei due anni che quell'imprenditore ha davanti, e quei due anni non sono scritti da nessuna parte se non li scrive lui.

Il calendario è cambiato: si versa a novembre, si decide a settembre

Prima di tutto, il termine. L'adesione al concordato preventivo biennale per il 2026-2027 non scade più il 30 settembre: l'art. 7-bis della L. 88 del 22 maggio 2026, di conversione del D.L. 38/2026, l'ha spostata al 31 ottobre, facendola coincidere con il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi. E poiché il 31 ottobre 2026 cade di sabato, la scadenza effettiva è lunedì 2 novembre.

Un mese in più. Che è esattamente il tempo che serve per fare il lavoro che quasi nessuno fa, e che si fa adesso: costruire la proiezione economico-finanziaria sui due anni oggetto del patto.

Chi arriva a fine ottobre con in mano solo il bilancio 2025 non sta scegliendo. Sta accettando un numero che qualcun altro ha calcolato guardando indietro.

Come si forma la proposta, in sintesi

Il CPB, introdotto dal D.Lgs. 13/2024, riguarda i contribuenti a cui si applicano gli ISA. La proposta per il biennio 2026-2027 viene elaborata sulla base dei dati ISA relativi al 2025 e del punteggio di affidabilità fiscale.

Quel punteggio pesa due volte.

Da un lato determina il limite massimo entro cui la proposta può incrementare il reddito rispetto a quello dichiarato per il 2025, rettificato secondo le regole del decreto. Dall'altro determina l'aliquota dell'imposta sostitutiva applicabile al maggior reddito concordato: si va dal 10% per chi ha un punteggio pari o superiore a 8, fino al 15% per i punteggi più bassi.

Attenzione a un limite che spesso viene ignorato nelle simulazioni fatte in fretta: l'aliquota agevolata si applica fino a 85.000 euro di differenza tra reddito concordato e reddito di riferimento. Sopra quella soglia, sulla parte eccedente si torna alla tassazione ordinaria - 43% per i soggetti IRPEF, 24% per i soggetti IRES.

Per chi ha già aderito al biennio precedente e valuta il rinnovo, va segnalato che nell'agosto 2026 è intervenuto un ulteriore provvedimento che rivede le cause di decadenza e rafforza il regime premiale per i rinnovi. È un fronte in movimento: prima di decidere, il quadro va verificato alla data in cui si firma.

I benefici che non stanno nella simulazione

Il vantaggio economico immediato è il più facile da calcolare, ed è anche quello su cui si concentrano tutte le conversazioni. Ma il CPB porta con sé un pacchetto premiale che ha un valore diverso a seconda dell'azienda: esclusione dagli accertamenti standard salvo le cause di decadenza, esonero dal visto di conformità entro determinate soglie, esclusione dalle presunzioni semplici e dagli accertamenti sintetici.

Per un'impresa strutturata, con una posizione fiscale pulita, questi benefici valgono relativamente poco: quei rischi non li correva comunque.

Per un'azienda che sta uscendo da anni disordinati, o che si prepara a un'operazione straordinaria dove la certezza della posizione fiscale è un asset da mostrare a un compratore o a una banca, valgono molto di più del risparmio nominale.

Anche questa è una valutazione strategica, non fiscale.

Tre parole che non vanno confuse

Nel vocabolario del concordato esistono tre termini che sembrano sinonimi e non lo sono affatto. Vale la pena tenerli distinti, perché descrivono conseguenze molto diverse.

Esclusione significa che l'accesso è precluso in partenza: mancano i requisiti soggettivi, oppure ricorre una causa ostativa. Il contribuente resta fuori e basta.

Cessazione significa che il patto viene meno per il verificarsi di un evento successivo - la modifica dell'attività esercitata verso un ISA diverso divenuto prevalente, la liquidazione, l'affitto d'azienda, il superamento di determinate soglie, oppure circostanze eccezionali individuate con decreto che producano scostamenti oltre una certa misura. È l'uscita meno traumatica: se l'evento si verifica nel primo anno il concordato viene meno per l'intero biennio, se si verifica nel secondo resta valido per il primo. In nessun caso comporta il ricalcolo delle imposte sui valori maggiori.

Decadenza è lo scenario da evitare. Deriva da violazioni non lievi o dal mancato pagamento delle somme dovute a seguito di controlli automatizzati entro il termine perentorio previsto dalla norma. Qui l'effetto è più pesante: si perde il concordato mantenendo però l'obbligazione tributaria determinata sul reddito concordato, se superiore a quello effettivamente conseguito. Il peggio dei due mondi.

Perché conta, in fase di valutazione? Perché un'azienda che sta per fare un'operazione straordinaria, o che ha una posizione debitoria da definire con la riscossione, deve pesare la probabilità di incappare in una causa di cessazione o decadenza prima di firmare, non dopo.

I tre numeri che decidono davvero

Ecco il punto che voglio lasciare a chi legge.

La convenienza del concordato non dipende da quanto è alta la proposta rispetto al 2025. Dipende da quanto sarà il reddito effettivo del 2026 e del 2027.

Se il reddito reale supererà quello concordato, l'eccedenza non viene tassata: hai vinto. Se sarà inferiore, paghi comunque sul concordato: hai perso, e non c'è rimborso.

Quindi servono tre elementi, tutti extra-fiscali.

La proiezione di margini e utile sul biennio. Non il consuntivo 2025 proiettato in avanti con una percentuale, ma una previsione costruita su portafoglio ordini, pipeline commerciale, marginalità per linea e struttura dei costi come sarà, non come era.

Il piano investimenti già deciso. È il punto più sottovalutato, e ne ho scritto proprio quest'estate raccontando il caso di un'imprenditrice che aveva aderito al concordato precedente. Primo anno in crescita: risparmio reale. Secondo anno: ha investito, ha assunto, ha spinto sulla crescita, i margini si sono ridotti e con loro la base imponibile. Lo strumento non era sbagliato. Mancava la pianificazione economico-finanziaria accanto a quella fiscale. Un'impresa che sta per fare il salto - nuovo stabilimento, nuove assunzioni, ingresso in un mercato - ha ottime probabilità di avere un 2026 e un 2027 con margini più bassi del 2025.

Le componenti straordinarie. Una plusvalenza, una sopravvenienza, una commessa fuori scala che ha gonfiato il 2025 rende la proposta strutturalmente troppo alta rispetto alla normalità dell'azienda. Vale anche il contrario: un 2025 depresso da un evento eccezionale può rendere la proposta insolitamente conveniente.

Quando, a mio avviso, il concordato non conviene

Non esiste una regola valida per tutti, ma alcuni pattern ricorrono.

Non conviene, di norma, a chi ha davanti un biennio di investimenti pesanti già deliberati, perché sta accettando di pagare imposte su un reddito che quegli investimenti ridurranno.

Non conviene a chi opera in un settore con volatilità alta e nessuna visibilità sul portafoglio: il concordato è un patto a due anni, e i patti a due anni si fanno quando si ha almeno un'idea di dove si sta andando.

Non conviene, infine, a chi lo valuta senza avere un forecast. Non perché la risposta sarebbe negativa, ma perché in quel caso non è una decisione: è una scommessa presa con i numeri di qualcun altro.

Conviene invece, spesso, a chi ha una prospettiva di crescita del reddito già leggibile ma non ancora riflessa nei dati 2025, a chi attribuisce valore concreto alla stabilizzazione del carico fiscale per pianificare la cassa, e a chi ha bisogno di consolidare la propria posizione in vista di un'operazione.

Cosa faccio, nel mio lavoro, prima di rispondere

Non guardo mai la proposta da sola. La metto accanto al piano economico-finanziario a tre anni e osservo tre cose: come si muove il reddito imponibile lungo il biennio, cosa succede alla cassa nei mesi in cui vanno versate le imposte e le eventuali imposte sostitutive, e quale scenario resta sostenibile se le cose vanno peggio del previsto.

Le linee guida del CNDCEC sul piano industriale dicono una cosa che vale anche qui: tra due scenari equiprobabili si adotta quello con minori ricavi o maggiori costi. Applicata al concordato, significa che se l'adesione conviene solo nello scenario migliore, non è una scelta di pianificazione.

Prevenire è meglio che curare, anche quando si tratta di decidere quanto pagare al Fisco per i prossimi due anni.

Se stai valutando l'adesione e la tua azienda non ha ancora una proiezione economico-finanziaria sul 2026-2027, il lavoro da fare non è sul concordato ma è a monte, e c'è ancora tempo per farlo.

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Sono Simona D'Alessandro, Business & Fiscal Strategist e CFO per PMI. Se vuoi valutare insieme la convenienza del CPB per la tua azienda, scrivimi.